“OPULENTA SALERNUM”: ALCUNI ASPETTI
DI NUMISMATICA SALERNITANA | 2

(di Raffaele Iula) | Per quasi tutto il periodo di dominazione longobarda, la zecca di Salerno fu attiva nella coniazione di denari d’argento e, poi, anche di tarì d’oro. Con la fine del principato di Guaimario I (880-901), ultimo regnante salernitano a coniare dei denari a suo nome, la zecca cittadina sembra vivere un momento di stallo: infatti, a parte dell’unico denaro (fig. 5) coniato durante l’usurpazione di Landolfo di Conza (973-974) [1] sembra che la realizzazione di questo nominale subì una battuta d’arresto irreversibile: a Salerno non si monetò più l’argento.

Diapositiva1Fig. 5 | Denaro emesso a Salerno da Landolfo di Conza (g 0,66). Da “MEC 14”, tav. I, n. 11

 Da questo periodo di assenza di coniazioni, Salerno si riprese solo con il principe Guaimario IV (1027-1052), il quale coniò dei tarì commemoranti la presa di Amalfi, di cui fu duca dal 1039 al 1043. Si arriva così all’ascesa di Gisulfo II (1052-1077), ultimo principe longobardo di Salerno, il quale dovette lottare per il suo Stato e, infine, perderlo per cedere il posto ai Normanni, incursori di origine scandinava provenienti dal Nord, che, se paragonati ai Longobardi, apparivano ai loro occhi poco più che predoni barbari. La monetazione di Gisulfo II è la più interessante e variegata di tutto il panorama numismatico della Salerno longobarda. Essa segna un punto fermo tra la gloria del passato longobardo della città e il suo futuro normanno. La monetazione che questo principe fece realizzare nella sua Salerno non aveva precedenti: fu il primo sovrano longobardo dell’Italia Meridionale, infatti, ad emettere un gran numero di tipi di follari in rame, affiancandoli a tarì aurei che recavano il suo nome. Proprio sulla base dei follari enei di Gisulfo II, i Normanni, a partire dal conquistatore di Salerno, Roberto il Guiscardo (1077-1085), svilupparono la loro monetazione che si basava sulla coniazione di un gran numero di follari.

Dopo i rivoluzionari studi di Philip Grierson, la monetazione salernitana di Gisulfo II ha assunto dei toni ancora più significativi per la storia della produzione di questa zecca: attraverso lo studio di singoli esemplari e di ribattiture – la procedura con la quale un nuovo tipo monetale viene reimpresso su uno coevo o precedente – si è venuto a definire un quadro cronologico molto più organico e preciso che ha consentito agli studiosi di ricostruire una cronologia relativa di buona parte delle monete enee salernitane, assegnando correttamente al secondo Gisulfo quelle che prima erano affidate al primo Principe con questo nome. Ne è scaturito, ad oggi, uno schema che lega attraverso le predette ribattiture varie monete, partendo da alcuni follari di Gisulfo II per arrivare ai pezzi emessi dai primi Normanni.

Viene così a formarsi la cosiddetta “catena” delle ribattiture (fig. 6), che parte da un follaro di Gisulfo II con al rovescio la raffigurazione delle fortificazioni di Salerno viste dal mare, il quale non presenta alcun sottotipo, mentre ne riceve altri in reimpressione, per lo più altri follari dello stesso Principe. Oltre a sottotipi longobardi e normanni, molti follari di questo periodo riutilizzano attraverso questa tecnica anche dei follis bizantini di epoche diverse, che, grazie al loro peso e al loro modulo, ben si prestavano all’operazione della ribattitura. Inoltre, in tal modo, si recuperava sulle spese del metallo per le nuove coniazioni e si toglieva dalla circolazione della moneta ormai passata o scomoda, anche politicamente [2].

Lo schema che così è stato ricavato grazie all’avanzamento degli studi si presenta suddiviso da linee tratteggiate in tre zone: A e B raccolgono delle monete che si ribattono tra di loro senza alcuna traccia di sottotipi bizantini, mentre nello scomparto C si raccolgono quei follari, per lo più normanni, che ribattono delle monete bizantine e che, dunque, sono di più facile datazione.

Diapositiva2Fig. 6 | Schema delle ribattiture e copertina del “Medieval European Coinage. 14”. Immagine tratta da L. Travaini, “La monetazione nell’Italia normanna”, Roma 1995, con aggiunte da R. Iula, “Su di un particolare follaro della zecca di Salerno: nota esplicativa dei metodi d’interpretazione iconografica” in Bollettino del Circolo Numismatico Partenopeo. I”, Napoli 2014

La tradizione longobarda di emettere follari in rame iniziata da Gisulfo II passò poi ininterrottamente ai nuovi conquistatori del Principato: i Normanni che, con Roberto il Guiscardo, si appropriarono indebitamente dei dominii longobardi del Sud. Anche il papa, infatti, dovette chiudere un occhio sulle conquiste del Guiscardo e dovette tacitamente legittimarle: il Principato di Gisulfo II – quest’ultimo fu anche alleato, sebbene incostante, del Guiscardo – come entità statale indipendente cessò così di esistere, ma venne trasformato in Ducato ed accorpato agli altri territori dell’Italia Meridionale conquistati dai Normanni. Nacque così il Ducato di Puglia di cui Salerno fu la capitale. In questo periodo la zecca cittadina fu attiva più che mai: furono i Normanni, infatti, a sfruttare al massimo la produzione di moneta salernitana e incentivarono la coniazione in loco di follari in rame che avrebbero poi rifornito, almeno marginalmente, anche altre regioni del Ducato.

Con Gisulfo II e Roberto il Guiscardo l’iconografia dei follari appare molto curata. La rappresentazione del principe sulle monete assume, con l’ultimo esponente del casato longobardo a Salerno, una nuova connotazione: ispirandosi a modelli bizantini, Gisulfo ebbe modo di strutturare la sua immagine a fini propagandistici come mai nessun regnante longobardo era riuscito a fare prima di lui (fig. 7).

Diapositiva3Fig. 7 | A sinistra, follaro in rame di Gisulfo II. Ex NAC 89, n. 268. A destra, follaro in rame di Gisulfo II. Ex CNG 84, n. 1742

La posa statica e ieratica, gli attributi del potere e la ricchezza del vestiario – non a caso è proprio sulle monete di questo principe che Salerno viene definita “opulenta” – orientano lo spettatore verso la concezione di un sovrano autoritario, il cui controllo sullo Stato non era messo in discussione, anzi, legittimato e meritato dal fatto che, grazie ai suoi legami col mondo bizantino, egli aveva saputo accrescere maggiormente il prestigio di una città già ricca ed importante. Sebbene non ci sono pervenute nella serie salernitana molti ritratti monetali del Guiscardo, almeno in un caso, nel follaro con la veduta degli archi della città al rovescio, la sua immagine ci appare ricalcare, per gli ideali comunicati, quella già studiata dal suo predecessore longobardo: il diadema ornato di “pendilia”, la veste gemmata e la posa stante, quasi granitica, sono le caratteristiche che il nuovo duca prende in prestito dall’esperienza di Gisulfo II e ne appesantisce i connotati di potenza ed esaltazione della sua figura, probabilmente per ispirare nello spettatore un sentimento di legittimazione per la tanto controversa conquista di Salerno. Non mancano tuttavia elementi di novità introdotti nell’iconografia monetale dal Normanno: lo scettro crociato, anziché pomato com’era quello portato da Gisulfo, e un’ampolla che testimonia l’unzione sacra del duca.

Questi due oggetti non solo sono un richiamo alla religione cristiana e alla supremazia papale – il pontefice doveva in qualche modo giustificare le conquiste del Guiscardo e quest’ultimo fece di tutto per non inimicarselo – ma trasmettono anche l’idea di legittimazione che il duca normanno tanto agognava: essere unto per un sovrano indica che, essendo stato prescelto per un compito così rilevante, la sua autorità trovava fondamento direttamente nel potere divino di Dio.

La legittimazione del suo potere, in questi termini, non poteva trovare oppositori nella cristianità, né il papa poteva opporsi ad una scelta che compariva agli occhi di tutti come una predilezione divina. La tendenza ad apporre i ritratti dei sovrani sulle monete salernitane ha avuto breve durata: il picco più alto in epoca normanna, sia a livello quantitativo che qualitativo, è stato raggiunto durante il dominio di Ruggero Borsa (1085-1111). Alcuni dei suoi follari recano una varietà di ritratti del duca che mai si era vista in precedenza e che non sarà più eguagliata in futuro, men che meno con la nascita del Regno di Sicilia da parte di Ruggero II, nel 1130. Di fronte, con corona bizantina o ducale, di profilo con diadema di stampo classico, i modelli utilizzati da questo sovrano per le monete salernitane costituiscono un’innovazione iconica in tutti i sensi: il bisogno di legittimazione e di continuità coi Longobardi di cui il Guiscardo, suo padre, aveva avuto tanto bisogno ora era sparito, lasciando il posto ad una capacità espressiva quasi repressa che esplose nel giro di pochi anni. Straordinario è il ritratto del duca di profilo con diadema a fascia ellenistico: è evidente che per realizzare questo ritratto, l’incisore si sia servito delle monete di epoca greco-ellenistica (ad esempio, i tetradrammi alessandrini di Tolomeo V) e quindi si assiste già in questo periodo ad un recupero dei modelli classici, almeno è testimoniata così una loro prima riscoperta da parte dei Normanni di Salerno (fig. 8).

Diapositiva4Fig. 8 | Follaro emesso a Salerno per il Duca Ruggero Borsa. Immagine tratta dalla tav. II di Remo Cappelli, “Studio sulle monete della zecca di Salerno”, Roma 1972

Importantissime novità nella storia della monetazione salernitana si ebbero con la riforma monetaria attuata nel 1119 dal duca Guglielmo (1111-1127): col fine di mettere ordine tra il circolante vigente all’epoca nei suoi territori, Guglielmo provvide ad eliminare progressivamente i vecchi follari di modulo largo per sostituirli con delle nuove coniazioni a suo nome, ma di modulo inferiore e di spessore maggiore. Date le caratteristiche estrinseche delle nuove monete, gli studiosi hanno dato loro il nome di follari globulari, anche per distinguere la monetazione enea normanna pre- e post riforma. Siffatti follari, coniati a Salerno, avevano un’area di circolazione molto più vasta che in passato: in quantitativi differenti, le monete riformate del duca Guglielmo circolarono in quasi tutti i territori dell’Italia Meridionale posti sotto il suo controllo. Una situazione particolare, però, la visse la Puglia, dove pure erano giunti per circolazione i follari globulari salernitani. Nei documenti locali dell’epoca si fa menzione di follari in rame chiamati ramesine. Per molto tempo i numismatici hanno provato ad individuare una tipologia monetale precisa che si confacesse a tale nominativo, ma senza particolari successi.

Solo di recente un’interessante ipotesi avanzata da Lucia Travaini [3] ha permesso di individuare nelle ramesine dei vecchi follis bizantini tosati o “ritagliati” per renderli equivalenti, per peso e diametro, ai nuovi follari globulari di Guglielmo. Le ramesine, o follis tosati, vennero poi definitivamente abolite con un’altra riforma messa in essere dal successore del duca Guglielmo, nonché primo re di Sicilia, Ruggero II, nel 1140. Egli, ad Ariano Irpino, mise le basi per la promulgazione di un codice legislativo rinnovato che va appunto sotto il nome di Assise di Ariano.

In questo contesto, fu stabilita una nuova riforma monetaria per ovviare a due problemi persistenti nel Regno: la riforma del 1119 voluta da Guglielmo per uniformare il circolante del Ducato di Puglia non ebbe successo se ancora nel 1140, ad Ariano, Ruggero II prese provvedimenti per estirpare la moneta straniera dal suo Regno, per il fine di monopolizzare il controllo della moneta e, di conseguenza, impedire ai nobili locali, i cosiddetti Baroni, di esprimere pretese autonomistiche o ribelli rispetto al potere centrale. Secondo quando narra un cronista del tempo, Falcone di Benevento (1070-1144), testimone e portavoce dello scontento della nobiltà locale a seguito dell’accentramento del potere nelle mani di un re forte e deciso, Ruggero II avrebbe legiferato di togliere di mezzo le vecchie ramesine che dovevano sostituirsi con uno scifatoscodellato d’argento, il ducato (oggi chiamato comunemente “ducale”) dal peso teorico di 2,50 grammi.

La moneta, di lega non proprio ottima e dal peso oscillante, era coniata dalla zecca di Brindisi prima e da quella di Palermo poi ed era gestita e distribuita dall’autorità regia che ne aveva curato l’emissione. Secondo la cronaca di Falcone, il cambio danneggiò i possessori di ramesine: il nuovo scifato, infatti, veniva cambiato per otto ramesine, mentre il cambio con i follari che Ruggero fece coniare a Bari a suo nome era di tre ad uno. Possiamo ben comprendere il malcontento di Falcone e di coloro che all’epoca furono coinvolti in questo cambio: la svalutazione della ramesina e il corso forzato che ebbero le nuove monete pugliesi di Ruggero II danneggiarono non poco l’economia dei signorotti locali, ma anche quella di molte altre persone, di diversi ceti sociali, che basavano sui vecchi follari globulari e sulle ramesine la maggior parte dei loro affari.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che queste piccole monete enee erano destinate soprattutto alla circolazione in ambiti locali piuttosto circoscritti e che la popolazione le utilizzava per diversi scopi, anche per le loro relazioni economiche con i potenti dei luoghi. La riforma di Guglielmo duca, insomma, aprì la strada alla nascita di piccole monetine di rame, chiamate oggi convenzionalmente “frazioni”, che si continuarono a coniare nella zecca di Salerno fino alla sua chiusura, divenendo la tipologia esclusiva che ivi si realizzò per tutta la durata del Regno normanno di Sicilia. L’ultima frazione coniata a Salerno, infatti, fu a nome dell’imperatore Enrico VI di Svevia (1194-1197), dopodiché la zecca cittadina, che per secoli aveva rifornito di circolante i territori del Sud Italia, fu chiusa forse per volere di Costanza d’Altavilla, moglie dell’Imperatore defunto, che era stata trattenuta prigioniera nella città durante la discesa di suo marito a capo delle truppe tedesche (fig. 9).

Diapositiva5Fig. 9 | Frazione di follaro emessa a Salerno per Enrico VI di Svevia. Ex ACR 5, n. 1086

Molto probabilmente, l’azione di chiusura da parte di Costanza costituì una vendetta per il trattamento riservatole dai Salernitani in occasione del suo soggiorno/prigionia in città. L’azione deleteria di quella che era stata la figlia, avuta postuma, del fondatore della monarchia siciliana ebbe successo: Salerno, chiusa la zecca, iniziò un lento declino, già avviato sotto gli ultimi re normanni a causa del loro malgoverno. Il Regno di Sicilia come istituzione politica continuò ad esistere e, territorialmente, le variazioni fino all’epoca moderna furono minime se non pressoché nulle: dai Normanni ai Borbone, il più grande Stato territoriale del Sud rimase coeso fino all’avvento dell’Unità d’Italia. Se suo padre aveva dato nuovo impulso a Salerno fondando un Regno dalle ceneri di un Ducato, che prima ancora era stato un glorioso Principato longobardo, sua figlia Costanza fu la fine della creazione paterna così com’era stata concepita inizialmente.

(leggi qui la prima parte)

Note al testo

[1] Cfr. R. Iula, “Un denaro poco noto della zecca di Salerno”  in “Monete Antiche” n. 81, maggio/giugno 2015, pp. 28-33 e R. Iula “Introduzione alla numismatica salernitana”, Formia 2016, pp. 32-33 e pp. 85-86.

[2] Per gli studiosi moderni è molto comodo individuare un sottotipo bizantino ribattuto da un follaro salernitano di questo periodo, perché, così, si può ricavare una datazione relativa più precisa del tipo salernitano soprastante.

[3] Cfr. L. Travaini “La zecca e le monete di Salerno nel XII secolo, in Salerno nel XII secolo. Atti del Convegno Internazionale. Istituzioni, società, cultura”, a cura di P. Delogu e P. Peduto. Provincia di Salerno, Centro Studi Salernitani “R. Guariglia”, Salerno 2004, pp. 337- 354, in particolare cfr. pp. 341-348.