“OPULENTA SALERNUM”: ALCUNI ASPETTI
DI NUMISMATICA SALERNITANA | 1

(di Raffaele Iula) | Parlare della Salerno medievale e delle sue monete non significa soffermarsi solo sulla storia di una città della Campania costiera che ebbe grande rilevanza all’inizio dei cosiddetti “secoli bui”, né vuol dire limitarsi ad una panoramica regionale e meridionalista: la risonanza di Salerno in questo periodo storico fu talmente vasta che ci ritroveremo a disquisire di popoli e culture così disparate tra di loro, dai Franchi di Carlo Magno e dei suoi discendenti, ai Saraceni musulmani dell’Africa settentrionale e della Sicilia, passando per quell’ingombrante presenza storica che fu l’Impero Bizantino. La grandezza della Salerno alto-medievale fu già percepita dagli studiosi del passato che, chi più, chi meno, hanno affrontato argomenti concernenti la sua storia e la sua monetazione. A tal proposito, valga su tutti una frase scritta dal celebre numismatico Giulio Cordero di San Quintino (1778-1857) nel lontano 1841, ma che conserva ancora oggi tutta la sua carica di attualità: “On sait que la ville de Salerne étoit, à cette époque, l’Athènes de l’Italie” [1].

Il bisogno di un testo di riferimento per le monete della zecca medievale di Salerno che trattasse alcuni aspetti di carattere generale della sua monetazione era sentito già da moltissimo tempo. In un suo intervento pubblicato nel 1993 Paolo Peduto, archeologo medievista dell’Università di Salerno, annotava con un certo dispiacere che “la discussione sulle emissioni della zecca salernitana dopo la parentesi innovatrice del Grierson degli anni Cinquanta prosegue lungo una direttrice prevalentemente catalogica utilissima, ma circoscritta alla pubblicazione di inventari che, pur contribuendo ad ampliare la conoscenza dei tipi emessi, escludono quasi sempre analisi di carattere storico ed economico” [2]. L’idea, quindi, di redigere un testo che affrontasse problematiche di numismatica salernitana suddivise in macro-aree nasce proprio da questa esigenza sentita di colmare una lacuna ormai da troppo tempo lasciata senza una soluzione, anche elementare. Il libro (fig. 1), dal titolo “Introduzione alla numismatica salernitana”, si pone come il primo tentativo di trattazione di alcuni aspetti generalizzati riguardanti la produzione monetale salernitana per tutta la durata dell’attività della sua zecca, dalla fondazione del Principato, nell’851 da parte di Siconolfo, fino alla chiusura dell’atelier cittadino nel 1197, quando, alla morte di Enrico VI di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero e conquistatore del Regno di Sicilia, a Salerno fu battuta l’ultima frazione di follaro a suo nome.

Diapositiva1Fig. 1 | La copertina del volume “Opulenta Salernum” pubblicato nel 2016 e cartina che illustra in giallo la massima estensione del Principato di Benevento, mentre in verde è contrassegnato il primo nucleo del Principato di Salerno nell’851

Negli ultimi tempi si avverte l’esigenza di sviluppare maggiormente gli studi, anche numismatici, per tutto ciò che riguarda il Medioevo, in particolare quel periodo che va sotto la definizione di “Alto”, in quanto più antico e vicino alla caduta del mondo classico greco-romano.

Quali sviluppi storico-numismatici ebbe l’Occidente, e soprattutto l’Italia, dopo la caduta di Roma? Ormai si è appurato che il Medioevo non è più sinonimo di arretratezza tecnica e culturale, se si pensa che molti elementi estranei alla cultura classica furono assorbiti dall’universo romano negli ultimi secoli della sua vita: i popoli germanici, che poi saranno protagonisti del periodo medievale, già erano presenti nella realtà storica dell’Impero Romano più di quanto oggi non si sia disposti a credere. Che cosa è accaduto, dunque, quando la compagine germanica ha preso il sopravvento dopo che quella classica ebbe esaurito la sua vitalità? Lo studio della numismatica salernitana alto-medievale consente proprio di aprire una finestra su di un mondo per certi versi poco noto e ancora da riscoprire. In questo spirito di rinnovato interesse per le zecche dell’Italia medievale, un ruolo particolare è stato svolto dalla monetazione salernitana del periodo longobardo prima e normanno poi. Il volume in oggetto ha quindi il compito ultimo, fondamentalmente, di colmare la lacuna di cui si è accennato sopra, ma ha anche il ruolo, ben più esteso e rilevante, di costituire un mezzo di facile comprensione per tutti coloro che si trovano o vogliono avere a che fare con le monete della zecca di Salerno, cercando di non precludere alcuna strada alla conoscenza di questa monetazione, dall’amatore erudito fino all’accademico. E’, insomma, almeno negli intenti dell’autore, un libro alla portata di un pubblico vasto che vorrebbe garantire la massima diffusione e conoscenza dell’argomento trattato. Questo libro è solo l’ultimo prodotto di una illuminata tradizione di studi incentrati sulla numismatica dell’Italia Meridionale, portata avanti per secoli, a partire dalla prima metà del Settecento. Le prime monete di Salerno, infatti, comparvero in un testo di numismatica medievale solo nel 1715 con l’opera dedicata alla numismatica napoletana di Cesare Antonio Vergara [3].

Per molto tempo le zecche del Sud Italia non trovarono spazio adeguato negli studi di numismatica del XVIII secolo: pochi cenni vennero dati da eruditi del tempo, verso la metà del secolo, e solo marginalmente qualche indicazione viene individuata nelle monumentali opere di Argelati e Zanetti [4]. La svolta negli studi iniziò a registrarsi al principio del XIX secolo, grazie all’opera di ricerca e pubblicazione instancabile di tre membri di una stessa, illustre, famiglia napoletana: Salvatore Fusco (1772-1849), padre di Giovan Vincenzo e Giuseppe Maria. Fu soprattutto Salvatore ad interessarsi delle zecche dell’Italia Meridionale nel periodo alto-medievale: ancora oggi, fondamentali risultano alcuni suoi scritti sulle monete di Salerno ed Amalfi.

Accanto ai Fusco, ritenuti dei veri e propri padri della numismatica medievale meridionale, si sviluppò la ricerca, non sempre puntuale, dell’aristocratico Domenico Spinelli, principe di San Giorgio (1788-1863), che svolse un ruolo di primo piano grazie al suo catalogo sui tarì aurei a legenda cufica, per l’epoca una vera particolarità. Nell’Ottocento, ormai, l’attenzione per la produzione monetale di Napoli e Salerno era molto viva, come dimostrano i numerosi contributi di diversi studiosi di fama internazionale, come Giulio ed Arturo Sambon, Arturo Engel, il monaco benedettino Gaetano Foresio – che fu tra i primi a sviluppare un catalogo, seppur con alcune inesattezze, interamente dedicato alla zecca di Salerno –, Memmo Cagiati, solo per citarne i più importanti. Tutto questo rinnovato fervore culturale per la produzione monetale medievale e moderna dell’Italia Meridionale convergé ben presto in un’organizzazione culturale di primo livello per l’epoca, quale fu il Circolo Numismatico Napoletano. I suoi membri, tra cui gli stessi Sambon, Luigi Giliberti, Carlo Prota, Luigi e Antonio Dell’Erba, per portare qualche esempio, si occuparono assiduamente di monetazione salernitana, producendo ricerche e scritti di natura particolaristica. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso, invece, grazie all’impegno di studiosi come Philip Grierson, si ebbe una vera e propria rivoluzione per gli studi della numismatica di Salerno: le sue ricerche, infatti, portarono al rifiuto di teorie ed attribuzioni ormai obsolete, aprendo nuovi scenari allettanti per gli studiosi moderni.

Diapositiva2Fig. 2 | Solido in elettro (g 3,73) coniato a Salerno a nome di Siconolfo. Ex CNG 72, n. 2263

Ancora oggi, chiunque si occupi di tale monetazione non può prescindere da questi nomi, a cui si aggiungono altri, come ad esempio Remo Cappelli, esponente della “vecchia scuola” che fa capo ai Sambon, Giuseppe Libero Mangieri e Lucia Travaini che collaborarono a vario titolo con Philip Grierson. Non meno illustre il filone erudito e catalogico condotto recentemente da Lucio Bellizia, la cui eredità è oggi condivisa da più appassionati che dedicano la loro attenzione alla zecca di Salerno. 

Per conoscere meglio la produzione monetale salernitana e i suoi aspetti toccati all’interno del libro presentato sarà necessario ripercorrere brevemente gli avvenimenti che videro avvicendarsi principi e duchi, Longobardi, Normanni e Svevi, in quei territori che costituiranno la più grande compagine territoriale che l’Italia pre-unitaria abbia mai conosciuto.

I Longobardi conquistarono Salerno nel 646 circa, quando strapparono la città al dominio bizantino e l’annetterono al Ducato di Benevento. L’occupazione non fu violenta, anzi, la popolazione locale non percepì i conquistatori come oppressori e le etnie locali si amalgamarono progressivamente con i Longobardi, tant’è che, con alti e bassi, essi riuscirono a mantenere buoni rapporti commerciali con i Bizantini dell’Italia Meridionale. La monetazione dei Longobardi di Benevento e Salerno era affidata ad abili artigiani che si dedicavano alla lavorazione dei metalli preziosi: tant’è che la zecca di Benevento coniò solo monete in oro ed argento, mentre, più tardi, Salerno, allorché si staccò dal Ducato beneventano, prese a coniare similmente negli stessi metalli, producendo solidi in elettro, almeno per Siconolfo, primo principe della città, per poi continuare con l’emissione di denari d’argento a cui si affiancarono tarì d’oro.

Siconolfo (839-851), fratello minore del principe di Benevento Sicardo (832-839), era figlio di Sicone (817-832), un nobile spoletino fuggito dalla sua patria per ragioni politiche che, rifugiatosi a Benevento, assurse al ducato dopo aver ordito una congiura contro l’allora principe Grimoaldo IV Storesayz (806-817) [5]. Sicardo, probabilmente per preservare il trono che sentiva minacciato dal fratello, mandò in esilio Siconolfo a Taranto e lo fece rinchiudere in un monastero, affinché non gli arrecasse alcun danno [6]. Il malgoverno di Sicardo portò però allo scoppio di una congiura nobiliare grazie alla quale il principe fu ucciso e gli succedette Radelchi (839-851), già tesoriere del regnante caduto. Contemporaneamente, un gruppo di Salernitani ed Amalfitani viaggiò fino a Taranto sotto mentite spoglie e, con uno stratagemma, liberò Siconolfo dalla sua prigionia, in quanto, per linea diretta, dopo la morte del fratello, era lui il legittimo erede al Principato beneventano.

Diapositiva3Fig. 3 | Denaro in argento (g 1,02) emesso a Salerno a nome di Siconolfo. Ex NAC 93, n. 1343

Alla notizia della liberazione del nobile longobardo, i Salernitani insorsero chiedendo che Siconolfo, per diritto di sangue, fosse insediato sul trono di Benevento. Radelchi tentò di soffocare la ribellione, ma fu sconfitto a tradimento sotto le mura della città [7]. Dopo la sua ritirata, Siconolfo entrò trionfante a Salerno e fu acclamato principe. Era finalmente iniziato quel movimento indipendentista che porterà di lì a poco, dopo un’aspra lotta tra i due Principi, alla divisione del Principato (fig. 1) conclusasi nell’851, con un Capitolare stipulato tra i due grazie all’intercessione dell’imperatore Ludovico II (850-875). Era infine nato il Principato di Salerno.

Né Siconolfo, né il suo rivale Radelchi sopravvissero oltre quell’anno: morirono entrambi a poca distanza l’uno dall’altro. Il primo principe di Salerno, ancora legato ai costumi beneventani[8], fu l’unico ad ordinare la coniazione di monete in elettro, i solidi (fig. 3). L’iconografia di questi esemplari è molto simile a quella già sperimentata a Benevento dai locali principi: in particolare, il ritratto stilizzato frontale, rielaborato da modelli bizantini, attraverso il suo carattere ieratico e statico comunica all’osservatore la sacralità della figura del “Princeps”. I denari (fig. 3) conservano ancora un monogramma principesco di derivazione carolingia, mentre al rovescio campeggia il motivo religioso dell’invocazione a san Michele, arcangelo guerriero particolarmente venerato da tutti i Longobardi, da Nord a Sud.

Con le opportune varianti, i successori di Siconolfo manterranno stabile la coniazione di denari d’argento, mentre, dopo la sua morte, non verranno più realizzati solidi in elettro, forse perché poco utili all’economia locale. Infatti, con la conquista araba della Sicilia, un nuovo nominale in oro si diffuse come una sorta di “moneta unica” nei mercati del Mediterraneo: il tarì.

Diapositiva4Fig. 4 | Tarì d’oro (g 1,02) coniato a Salerno su imitazione dei “ruba’i” arabi del califfo al-Mu’izz. Ex Spink 1239, n° 865

La coniazione di solidi in elettro cessò a Salerno dopo la morte di Siconolfo probabilmente a causa di infiltrazioni massicce di moneta straniera: i solidi bizantini in oro, i quali, verso la fine del X secolo, subirono una crescente svalutazione che, sebbene interessasse anche i contemporanei tarì, portò ad un lento declino dell’utilizzo dell’oro bizantino nel Salernitano. Anche se il discorso per le monete d’argento è più complesso (i Bizantini coniarono ed importarono in Italia Meridionale dei “miliarenses”), sembra ormai appurato il dato che questo metallo monetato avesse una diffusione piuttosto esigua sul territorio italico, a differenza dei solidi d’oro. Tale caratteristica è facilmente spiegata con il fatto che le principali zecche dell’epoca coniassero già monete d’argento proprie, come a Salerno che, appunto, una volta abbandonata la battitura dei solidi, ci si dedicò interamente, procedendo alla coniazione di denari d’argento. Ma nella Salerno longobarda circolavano anche follis in rame dell’Impero Bizantino: essi venivano adoperati soprattutto per piccoli commerci locali e per spese di minore entità, rispetto ai solidi che, non solo fungevano da moneta di conto nei documenti, come a volte succedeva anche con i “miliarenses”, ma servivano anche per scambi di più ampia portata. Con il declino della potenza bizantina in Italia Meridionale, a Salerno iniziarono a circolare altri tipi di monete: i già accennati tarì d’oro (in arabo, “ruba’i”).  Il termine “tarì” (fig. 4), proveniente dall’arabo, è stato tradotto come “fresco (di conio)”, quindi in riferimento alla moneta appena coniata.

Dato l’ampio successo su larga scala del tarì arabo, che pian piano arrivò a soppiantare il solido bizantino, la zecca di Salerno iniziò ad imitare queste monete auree a legenda cufica: in un documento membranaceo dell’Archivio Cavense [9] datato al 1012 si fa per la prima volta menzione di “tarì moneta salernitana”. Se in questa data già circolavano dei tarì salernitani significa che la loro coniazione da parte della zecca cittadina debba porsi cronologicamente prima del 1012, forse intorno all’anno 1000 (?). Infatti, la stessa politica economico-monetaria fu intrapresa da Amalfi per la coniazione dei suoi tarì già nella seconda metà del X secolo.

Inizialmente, i tarì imitativi di Salerno avevano un’ottima lega e un alto contenuto di fino che, in unione alle legende cufiche ben delineate, rendeva ardua la loro distinzione con gli originali “ruba’i” del califfo fatimita al-Mu’izz presi come modello. Progressivamente, però, la svalutazione di entrambi i sistemi monetari – bizantino ed arabo – che facevano largo uso della moneta d’oro portò anche i tarì salernitani verso un periodo di decadenza: il loro stile divenne più rozzo, il contenuto di fino andò diminuendo inesorabilmente e le legende furono stilizzate in un motivo che aveva più valore decorativo che di comunicazione, non essendo le lettere più ben interpretabili.

(leggi qui la seconda parte)

Note al testo

[1] “Si sa che la città di Salerno era, in quest’epoca, l’Atene d’Italia.”: G. Cordero di San Quintino, Notice sur les monnoies des Princes de Salerne (840-1077), et surcelles de Grimoald, Duc de Bénévent (787-806) in “Revue Numismatique”, 1841, Blois-Paris, pp. 45-57, in particolare la frase è a p. 47.

[2] P. Peduto, “Considerazioni su di un nuovo catalogo delle emissioni della zecca di Salerno” in “Rassegna Storica Salernitana” 19, anno X n. 1, Salerno 1993, pp. 217-225, in particolare si è fatto riferimento alle pp. 217-218.

[3] Esiste anche una seconda edizione del catalogo del Vergara realizzata l’anno successivo: “Monete del Regno di Napoli da Roggiero primo Ré, sino all’Augustissimo Regnante Carlo VI Imperadore e III Ré Cattolico, raccolte, e spiegate da D. Cesare Antonio Vergara”, in Roma, per Francesco Gonzaga, MDCCXVI.

[4] F. Argelati, “De monetis Italiae variorum illustrium virorum dissertationes”, in sei volumi pubblicati a Milano tra il 1750 ed il 1759; e G. A. Zanetti, “Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia”, in cinque volumi pubblicati a Bologna tra il 1775 ed il 1789.

[5] “Erchemperti Historia Langobardorum”, a cura di A. Carucci, Napoli 1985, pp. 32-33, § 9, 10 e prec.

[6] “Erchemperti”, op. cit., p. 35, § 12.

[7] “Erchemperti”, op. cit., p. 38, § 15.

[8] Sui suoi denari spesso appare il suo monogramma circondato dal titolo di principe di Benevento.

[9] “Codex Diplomaticus Cavensis”, IV, p. 196, doc. 651.