Casa Savoia all’asta a Monaco (3/6)

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Il 17 novembre la casa d’aste Editions Victor Gadoury  di Monaco offre in vendita all’asta un’ampia collezione di monete e medaglie di Casa Savoia. Gli esemplari provengono dalle proprietà di un esponente della famiglia reale e passarli in rassegna è un’occasione per ripercorrere brevemente, in più puntate, la storia della dinastia regnante italiana.

Filiberto II, detto “il bello”, era succeduto al padre Filippo II nel 1497, quando aveva sedici anni. Nello stesso anno sposò la cugina Iolanda, di nove anni, erede al regno di Cipro e Gerusalemme. Da quel momento quei titoli furono aggiunti alla casata  ed entrarono anche nelle legende delle monete.

 

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Testone d’argento di Filiberto II, “dux Sabaudiae VIII”, coniato fra il 1497 e il 150. Sul rovescio la legenda recita: in te Domine confido. Base 10.000 euro.

Iolanda morì quando aveva 12 anni e Filiberto sposò  allora Margherita, unica figlia legittima dell’imperatore Massimiliano I. Un incidente di caccia rese vedova Margherita a 24 anni e permise al fratello più giovane di Filiberto, Carlo II, di prenderne il posto.

Carlo II, l’uomo che cancellò la Savoia dalle mappe
Le altalenanti alleanze di Carlo II con il re di Francia prima e con l’imperatore poi costò alla Savoia la ripetuta invasione da parte di eserciti diversi: le truppe mercenarie svizzere di papa Leone X (a cui Carlo aveva negato il transito per la Francia), e, ripetutamente, quelle di Francesco I, che nel 1536 arrivarono a occupare Torino. Carlo II e il figlio Emanuele Filiberto fuggirono a Vercelli e il Piemonte fu annesso alla Francia.  Quando morì, Carlo II governava solo le provincie di Aosta, Vercelli e Nizza.

 

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Il testone di Carlo II, coniato ad Aosta nel 1552, enfatizza i dettagli della capigliatura del “dux Sabaudiae IX”. Base: 25.000 euro.

 

Emanuele Filiberto, l’uomo che riportò la Savoia sulle mappe

Dopo la morte di Carlo II, Emanuele Filiberto, che era stato destinato alla carriera ecclesiastica in quanto figlio cadetto, assunse il ducato o, piuttosto, ciò che ne rimaneva. Grazie a brillanti doti militari si distinse al servizio dello zio, Carlo V, imperatore del Sacro romano impero e re di Spagna, con l’obiettivo di recuperare le proprie terre. Emanuele Filiberto, soprannominato test’d fer (‘testa di ferro’), contribuì alle vittorie imperiali di Ingolstadt nel 1546 e di Mühlberg nel 1547 e partecipò alla difesa di Barcellona contro un attacco marittimo francese nel 1551. Intervenne anche nelle schermaglie tra spagnoli e francesi in Piemonte e come comandante supremo guidò l’esercito imperiale alla presa di Metz e Bra. Nel 1553 fu nominato luogotenente generale e comandante supremo dell’esercito spagnolo nelle Fiandre e nel 1556 ottenne la carica di governatore dei Paesi Bassi. Nel 1557 inflisse alle truppe francesi la decisiva sconfitta di San Quintino. La successiva pace di Cateau-Cambrésis, rafforzata dal matrimonio con Margherita, figlia di Francesco I re di Francia, gli valse la restituzione di gran parte dei suoi territori.

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Scudo da 3 lire di Emanuele Filiberto. Coniato nel 1569 a Torino, ritrae sul diritto Emanuele Filiberto e sul rovescio Margherita di Francia. Base: 50.000 euro.

 

Emanuele Filiberto  riorganizzò il suo ducato anche amministrativamente: spostò la capitale da Chambéry a Torino, abolì l’uso del latino imponendo l’italiano come lingua ufficiale nei presidi ducali al di qua delle Alpi  e il francese al di là delle Alpi e in Valle d’Aosta, centralizzò il controllo finanziario in un’unica corte dei conti.
Per  ridare impulso all’economia del ducato, favorì lo sviluppo della canalizzazione, incoraggiò l’immigrazione di artigiani e coloni, abolì la servitù della gleba, promosse lo sviluppo delle manifatture, moltiplicò gli istituti di credito. I risultati di questa politica gli garantirono il finanziamento di un piccolo esercito proprio, che contava anche su una flotta, quella che si mise in luce nella battaglia di Lepanto nel 1571.

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Tallero di Emanuele Filiberto, coniato a Vercelli nel 1580, ultimo anno del suo ducato. Base: 10.000 euro.

Alla morte (per cirrosi epatica dovuta all’abuso di vino cui indulgeva), Emanuele Filiberto lasciò al figlio maggiore Carlo Emanuele uno stato solido che godeva di prestigio internazionale e un certo benessere economico.

 

Carlo Emanuele I, l’uomo che perse di nuovo

Ambizioso e sicuro di sé, al momento di acquisire il ruolo di duca, Carlo Emanuele si trovava nelle migliori condizioni possibili – non ultima il matrimonio con la figlia più giovane del re spagnolo Filippo II – per realizzare le sue ambizioni.  E infatti cercò di espandere territorialmente il proprio potere tanto che le sue propensioni militari gli valsero il soprannome di Testa di fuoco.

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Il 10 scudi di Carlo Emanuele I coniato a Torino nel 1610 raffigurava sul diritto il busta del duca con il collare dell’Annunziata e sul rovescio lo scudo inquadrato con Savoia in cuore e corona di 5 fioroni in cartocci. Ne sono noti tre esemplari. Base: 200.000 euro.

 

Fra le sue imprese, l’annessione del marchesato di Saluzzo, sottratto militarmente alla Francia e successivamente riconosciuto in cambio della cessione di alcuni territori d’oltralpe. Carlo Emanuele avrebbe annotato nei suoi Ricordi: «È molto meglio avere uno stato solo, tutto unito, come è questo di qua dei monti, che due, e tutti e due malsicuri». Gli ondeggiamenti fra l’alleanza con la Francia e quella con la Spagna nelle guerre di successione per il ducato di Mantova e per il Monferrato valsero alla fine un ridimensionamento dei territori del ducato e la presenza di guarnigioni straniere. Nel 1630, pochi mesi prima della morte, Carlo Emanuele aveva subito pesanti sconfitte in Val di Susa, per opera dei francesi combattendo insieme al figlio Vittorio Amedeo. A lui lasciò il titolo e la sua pesante eredità.

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