Teche GdN: UN “UNICUM” RITROVATO,
IL GROSSO AGONTANO DELLA ZECCA DI PERUGIA 

(di Roberto Ganganelli dal “GdN” n. 3 di marzo 2012, pp. 20-25) | Scriveva Lucia Travaini nel 2002: “E’ vero che non si conoscono agontani prodotti in Umbria, ma è anche vero che la cedola di battitura della zecca di Perugia del 1377 ordinava una certa produzione di grossi agontani, finora sconosciuti. Il disegno pubblicato da Argelati e poi ripreso da Vermiglioli e da altri non può essere ritenuto veritiero; nessun esemplare è finora stato segnalato” (Travaini L., a cura di, p. 10). In effetti, fino ad oggi le uniche informazioni sul presunto grosso perugino al tipo dell’agontano erano le descrizioni e i disegni pubblicati da Muratori, Argelati e in seguito da Vermiglioli (quest’ultimo, inserito nel XIV volume del “Corpus” a p. 196 n. 2 e tav. XIV n. 2), ma non era stato censito alcun esemplare che – secondo l’iconografia tipica del grosso di buon argento (g 2,32 circa d’argento, valore iniziare di 24 denari) battuto per la prima volta ad Ancona verso la fine del Duecento (forse tra il1276-1281 ed il 1290) e di molte emissioni analoghe o derivate, ascrivibili ad altre città italiane – recasse la croce patente e il nome del capoluogo umbro e, sull’altra faccia, il patrono sant’Ercolano. Dico “fino ad oggi” perché, effettuando alcune indagini presso un’importante raccolta privata di monete umbre è emerso un esemplare che va a colmare questa lacuna nella serie tardo-trecentesca della zecca di Perugia ed apre, al tempo stesso, interessanti scenari di approfondimento.

L’unico esemplare finora noto di grosso agontano della zecca di Perugia del 1377 (collezione privata)

DESCRIZIONE E METROLOGIA | La moneta è in argento, ha un peso di g 1,75 circa e un diametro minimo/massimo di mm 20,55/21,45a moneta è in argento, forse di basso tenore, pesa g 1,73 ed ha un diametro di 20,50-20,75afiche e documentarie. n il suo nome 20,55-21,452. Al D/ è raffigurata una croce patente entro cerchio perlinato; lungo il bordo + (rosetta pentafilla grande) DE (rosetta pentafilla grande) PERVSIA (rosetta pentafilla grande), il tutto entro un secondo cerchio perlinato esterno. Al R/ è raffigurato sant’Ercolano a figura intera, imberbe, con nimbo perlinato, mitria e paramenti vescovili, il pastorale nella mano sinistra, mentre la destra è benedicente; la figura del santo, pastorale escuso, si estende in alto e in basso oltre un cerchio perlinato; lungo il bordo (rosetta pentafilla piccola) S (rosetta pentafilla piccola) ERCV | LANVS (rosetta pentafilla grande), il tutto entro un secondo cerchio perlinato esterno. Considerando come riferimento l’asse verticale del D/, il rovescio è ruotato di circa 290° in senso orario; il tondello è di forma lievemente irregolare, appare tosato e le impronte si presentano in parte consunte, specie al centro dei campi, oltre che decentrate l’una rispetto all’altra.

In alto, Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) in un’antica incisione; in basso, dettaglio della tavola del Muratori che illustra il grosso perugino con sant’Ercolano  (courtesy Andrea Cavicchi)

I DOCUMENTI E LA STORIA DEGLI STUDI | Analizzando il documento del 21 aprile 1377 citato da Angelo Finetti e da Lucia Travaini, leggiamo: “Item quia ad publicam utilitatem pertinet habere copiam monetae, et ad hoc ut dictum comune possit solvere omnem expensam et debitum dicti comunis in moneta ut est superius constitatum, providenrunt (Priores) ordinaverunt reformaverunt arbitrio et auctoritate praedictis: quod fiat Zeccha et coniatur moneta in bolognini et anconitanis tanta in eo pondere et liga at melior quibus facta fuit dicta cusio monetae temporibus retroactis per officiales Zecche […]”(Vermiglioli G. B. appendice, p. 17); ossia, di come l’officina monetaria di Perugia ricevette dalle autorità comunali facoltà di battere bolognini e agontani (nel seguito sono nominati anche i denari piccoli) del miglior intrinseco possibile, con un limite di controvalore annuo (per i piccoli) pari a duemila fiorini. Nessuna ulteriore citazione documentale è nota – almeno a chi vi parla – a proposito degli agontani perugini, né per quanto attiene le carte relative alla zecca umbra né da tariffe o trattati di mercatura.

Per quanto riguarda la bibliografia, il primo a descrivere la moneta – senza indicarne tuttavia il valore, né fornirne una cronologia – è nel 1739 Ludovico Antonio Muratori che, nella “Dissertatio XXVII” dedicata alle zecche italiane e al diritto di battere moneta, scrive: “Quinque Perusinae Urbis nummos vidi. […] Alter nummos argenteos, Mutinae in Museo Bertacchinio existensis, crucis insignitus est cum literis DE PERVSIA. In altera facie imago visitur Sancti Episcopi. Circumstat inscriptio S. ERCVLANVS” vale a dire: “Cinque monete della città di Perugia son venute a mia notizia. […] La seconda, nel Museo Bertacchini, porta la croce, e nel contorno DE PERVSIA. Nel rovescio si mira l’effigie d’un santo Vescovo colle lettere S. ERCVLANVS” (Muratori L. A., p. 715 e pp. 719-720). L’esemplare, alla luce delle nostre conoscenze, appare riprodotto in modo errato, con le lettere disposte in modo approssimativo e diametro più piccolo rispetto al bolognino con sant’Ercolano e la grande A gotica nel campo. Lo stesso disegno verrà ripreso da Argelati (Argelati F. vol. I tav. XVII n. 2).

Giovan Battista Vermiglioli, nel 1816, nella sua opera sulla zecca di Perugia fa eseguire le tavole dall’incisore Giuseppe Carattoli e questi, con qualche licenza, propone un disegno diverso da quello pubblicato da Muratori ed Argelati migliorandone forse l’estetica ma ingenerando ulteriore confusione; il XIV volume del “CNI”, infine, riprendendo Vermiglioli, aggiunge ulteriore incertezza indicando il diametro in mm 25, ben maggiore di quello degli agontani conosciuti. Per concludere, Angelo Finetti, nel recente volume “La zecca e le monete di Perugia nel Medioevo e nel Rinascimento” si limita a citare il documento riportato da Vermiglioli senza tuttavia spingersi oltre né formulare, a proposito dell’agontano, alcuna ulteriore ipotesi o considerazione.

Dall’alto, il grosso agontano “prototipo” di Ancona (fine XIII – inizio XIV secolo, g 2,39), l’agontano di Rimini (prima metà del XIV secolo, g 2,33) e quello di Volterra (fine del XIII secolo, g 1,88)

ANALISI EPIGRAFICA ED ICONOGRAFICA | Il confronto dell’esemplare con le raffigurazioni note del tipo – in special modo quella di Vermiglioli –, pur con le cautele del caso permette di evidenziare aspetti interessanti. Innanzi tutto il santo al R/, illustrato come barbuto e benedicente, nella moneta si presenta imberbe e con la mano destra benedicente all’altezza del fianco. Inoltre, sia il pastorale che i paramenti appaiono diversi, come pure il nimbo, che è perlinato e non raggiante. Coerenti, invece, le legende e i simboli di separazione. Le raffigurazioni del D/, invece, sono complessivamente attendibili, sia per la disposizione dei caratteri che per la presenza delle rosette. Per quanto riguarda l’effigie di sant’Ercolano, nella serie perugina del tardo XIV secolo essa compare sui bolognini, dapprima in quelli imitativi del modello pontificio (nel tipo “con rosette” coniato nel 1374-1376, Finetti nn. 50-56, il santo è imberbe e senza nimbo) e poi in quelli più “originali” (nelle varianti del tipo “con le stelle” del 1377-1378, Finetti nn. 66-68, e in quelle “con stelle ed armette” coniate dopo il 1395, Finetti nn. 69-78, il santo è barbuto e nimbato). Nell’inedito qui illustrato il santo è imberbe e si può evidenziare, in particolare, la posizione della mano destra benedicente. La pianeta – come nel tipo anconetano e in molti agontani di altre zecche – è decorata con bordure ornate di crocette a forma di X che, partendo dalle spalle, si uniscono ad Y al centro dell’abito prolungandosi fino al bordo inferiore; la stessa pianeta è lunga quasi fino ai piedi, e non termina all’altezza del ginocchio. La mitria, invece, è di foggia schiacciata e presenta una decorazione a T rovesciata con globetti (come nei coevi bolognini perugini); il pastorale, infine, non è lineare ma ornato, specie sopra l’impugnatura e all’estremità ricurva.

 Dall’alto, le tre tipologie di bolognini in argento battuti dalla zecca di Perugia: con rosette (1374-1376), con stelle (1377-1378) e con armette e stelle (dopo il 1395)

Passiamo ora al D/, qui messo a confronto con quello delle tre tipologie di bolognini perugini. Dal punto di vista epigrafico, le punzonerie usate per la composizione delle legende appaiono molto simili a quelle impiegate per i bolognini perugini del periodo ed è da annotare, infine, l’utilizzo contestuale della lettera E latina e di quella onciale, non riportata come tale né da Muratori né da Vermiglioli. Nonostante la decentratura e la probabile tosatura dell’esemplare è inoltre possibile affermare che la N di ERCVLANVS non è retroversa come nell’illustrazione del Vermiglioli. Per quanto riguarda le rosette, infine, queste sono simboli ricorrenti nelle coniazioni perugine degli stessi anni; la rosette presenti sull’inedito, a differenza di quanto riscontrabile sui bolognini del 1374-1376, recano tuttavia un globetto al centro.

LA ZECCA PERUGINA NEL III QUARTO DEL ‘300 | Analizzando il contesto di zecca nel quale vide la luce l’esemplare va ricordato che prima dell 1374 (la data esatta è sconosciuta) Filippo di Pellolo, cambiatore di Firenze, aveva ottenuto l’appalto dell’officina di Perugia da parte del Comune. Nello stesso anno, Girolamo di Niccolò e Angiolo di Antonio, cambiatori, erano invece stati eletti “ad revidendum sagium Zecchae at ordinandum et providendum de ferramentis cum quibus cuniatur moneta”. Filippo di Pellolo aveva provveduto a far coniare i bolognini di primo tipo (Finetti nn. 50-56) e i quattrini con la P e la croce intersecante (Finetti n. 49) e, allo stesso periodo di attività dell’officina monetaria, viene assegnata anche un’emissione di piccioli al tipo della grande P (accantonata da stelle o da rosette) e della croce patente (Finetti nn. 58-60 e nn. 61-65).

In quegli anni, per la prima volta dal 1326, Perugia tornava dunque ad affrontare la questione della produzione di moneta grossa, un segmento del circolante altrimenti occupato da bolognini e agontani forestieri. “Di queste due monete che circolano – scrive Romano Pierotti nel suo ampio studio sulla circolazione monetaria nel Perugino tra XII e XIV secolo – conosciamo anche il valore che viene fissato, da un editto del 9 giugno 1377 – nella misura di 31 denari (equivalenti a sol. 2 den. 7) per il bolognino e 5 soldi e denari 2 per l’anconetano” (Pierotti R., p. 105), quest’ultimo ritariffato al ribasso, a 5 soldi, nel 1395 (ibid., p. 106).

Il mandato di Filippo di Pellolo era terminato nel febbraio del 1376. Scrive Vermiglioli che nel 1377 questi fu assunto di nuovo come zecchiere e con lui, nello stesso anno (fino a settembre), furono indicati come sovrastanti Venturello di Angiolello ed Angelo di Giovanni ai quali subentrarono Maffeo (o Matteo) di Nicoluccio e Andreucciolo di Picciolo. Vennero quindi coniati, in riferimento all’ordinanza del 1377 citata in apertura, i bolognini con le stelle (Finetti 66-68), mentre i piccioli non sono ancora noti e nemmeno l’agontano lo era, almeno fino ad oggi. Per completezza, va detto che un documento del 1395, riportato da Vermiglioli, cita invece come zecchiere in questo periodo anche tal Petruccio di Giovanni, detto Don Jozzo (o Ghiozzo) e, secondo Angelo Finetti (Finetti A., p. 94), sarebbe stato quest’ultimo a ricoprire la carica nel 1377. Considerate le forti analogie stilistiche tra i primi bolognini perugini e l’agontano (specie nel ritratto del santo e, soprattutto, nelle caratteristiche delle lettere, in alcuni casi del tutto identiche) la “mano” di Filippo di Pellolo, o meglio del suo incisore, si rivela abbastanza evidente.

L’agontano di Perugia al microscopio: in alto il volto di sant’Ercolano al R/, la mano destra benedicente al R/, i paramenti episcopali al R/; in basso rosetta e crocetta ad inizio legenda al R/, le lettere ER al R/, le lettere CV al R/

SCENARI DI CONIAZIONE E CIRCOLAZIONE | Non esistono elementi, sotto il profilo documentario, tali da determinare per quali cause questa tipologia monetale, a Perugia, ebbe una coniazione evidentemente limitata nel tempo come nel numero di esemplari (fatto deducibile, oltre che dall’unicità dell’esemplare individuato, anche dall’assenza di citazioni in documenti e tariffe, segno di una circolazione – se pur attuata – residuale sia in termini quantitativi che cronologici), ma è da pensare che i bolognini perugini (diametro di mm 18-19 e peso medio di g 1,17), apprezzati sia in città che nei mercati del Centro Italia, dovettero giocare un ruolo non indifferente nel far decidere ai responsabili della zecca umbra l’abbandono della battitura di grossi al tipo di Ancona.

Perugia, grazie alla favorevole posizione geografica e all’azione dei mercanti toscani residenti in città, aveva assunto nella seconda metà del Trecento, per dirla ancora con le parole di Romano Pierotti “una importante funzione di raccordo tra la Toscana, specialmente Firenze e Pisa, e la regione marchigiana, in particolare Ancona” (Pierotti R., p. 112) che aveva consentito al capoluogo umbro di inserirsi nelle correnti del traffico commerciale sia per quanto riguarda l’importazione di materie prime e di manufatti che la distribuzione dei prodotti locali nei territori confinanti e nel resto del Centro Italia.

Quella dei grossi al tipo agontano, con ogni probabilità, fu dunque una battitura “sperimentale” del nuovo tipo che venne sospesa ben presto a motivo della ben nota crisi – in essere, tra fasi alterne, già da qualche decennio – legata all’aumento del prezzo dell’argento ma anche, forse soprattutto, a causa del rapido inserimento della moneta perugina nel circuito del bolognino. Ci ricorda in proposito Angelo Finetti: “Perugia, con l’emissione del bolognino ed il conseguente abbandono del grosso tradizionale, si adeguava ad un nuovo sistema argenteo che verso l’ultimo quarto del Trecento si era andato affermando a Roma e nelle zecche periferiche dell’Italia Centrale. Il suo valore, inferiore a quello dei vecchi grossi, consentiva un rapporto di cambio meno schiacciante con la moneta piccola, fortemente debilitata dagli svilimenti subiti in quegli anni” (Finetti A., p. 86). Da una tariffa dell’inizio del XV secolo redatta dal cambista perugino Petruzzo di Massolo risulta infatti che i bolognini della zecca umbra contenevano ben 10 once di fino (833,33/..), il titolo più elevato tra quelli ammessi al cambio in città. Ricordiamo che gli aretini contenevano 9 once e 22 denari, i lucchesi erano in parte a 9 once e altri a 8 once e 18 denari, i romani a 9 once e tre quarti, altri papali a 9 once e 21 denari e, infine, i bolognesi avevano un fino di 9 once e 22.

L’agontano di Perugia al microscopio: in alto la lettera E capitale al D/, la lettera E onciale al D/, la lettera R al D/; in basso, la lettera V al D/, la lettera I al D/, la lettera S al D/

Dunque, come il bolognino di derivazione papale venne adottato da Perugia – con il suo robusto titolo – per penetrare nei canali commerciali e nell’area monetaria tirrenica (Alto Lazio e Bassa Toscana), l’agontano avrebbe dovuto rappresentare – in linea teorica – la “chiave” per l’accettazione della moneta perugina nei mercati adriatici (delle Marche, ma anche della Romagna); un tentativo tardivo che, tuttavia, non dovette riscuotere successo perché, mentre il bolognino papale era ancora una moneta “giovane” (nata da appena un decennio), agontani di altre città (Ancona e Ravenna in primis) già ricoprivano un ruolo forte, per non dire “egemonico” e godevano da molto tempo di un consolidato riconoscimento sovraregionale.

CONCLUSIONI | Per quanto riguarda il rapporto tra il valore dell’esemplare e le altre specie coniate dall’officina monetaria di Perugia, ricordiamo la tradizionale proporzione che legava agontano e bolognino in ragione di uno a due; a motivo di ciò a Perugia, nel III quarto del Trecento, l’agontano avrebbe avuto un peso teorico di g 2,25-2,30. E’ noto inoltre che, nel periodo in esame, non si era ancora innescato quel fenomeno di riduzione ponderale degli agontani di Ancona che prenderà il via nell’ultimo scorcio del secolo e che dunque, a rigor di logica, la zecca di Perugia – per inserirsi negli stessi canali del nominale marchigiano – avrebbe dovuto coniare i propri grossi su di uno standard ponderale simile, se non del tutto analogo.

La tosatura e lo stato di conservazione dell’esemplare qui presentato, purtroppo, non permettono di formulare ipotesi attendibili, n tanto meno verifiche stringenti, sul peso effettivo al quale venne effettuata l’emissione. Ulteriori scenari d’indagine sul grosso agontano di Perugia potrebbero tuttavia aprirsi in futuro con l’effettuazione di un’analisi non distruttiva della lega del tondello, al fine di valutare in modo esatto la composizione intrinseca dell’esemplare raffrontandola con quella dei bolognini emessi secondo la stessa cedola del 1377, dei quali conosciamo un cospicuo numero di esemplari.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Vermiglioli G. B., “Della Zecca e delle monete perugine”, Perugia 1816.

Pierotti R., “La circolazione monetaria nel territorio perugino nei secoli XII-XIV” in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria LXXVIII (1981)”, pp. 81-151, Perugia 1981.

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