Tutta colpa del franco

franco-CFA-di-battista-aperturaÈ la seconda volta in pochi giorni che un dirigente del Movimento 5 Stelle cerca di spiegare le ragioni dei flussi migratori dall’Africa prendendosela con l’unione monetaria sottoscritta da una serie di paesi africani con la Francia.

Secondo Di Maio e Di Battista il franco CFA sarebbe responsabile dell’arrivo dei migranti africani in Italia.

In Italia il franco CFA sembra di moda in questi giorni, come strumento di contestazione. Il 20 gennaio nel corso della trasmissione Che tempo fa Alessandro Di Battista ha commentato: «Finché non avremo risolto la questione del franco CFA, la gente continuerà a scappare dall’Africa». La dichiarazione del dirigente del Movimento 5 stelle seguiva quella del capo politico dello stesso movimento, Luigi Di Maio, che la settimana precedente aveva già puntato il dito contro il franco CFA. Anche Giorgia Meloni la pensa nello stesso modo. Anzi, la leader di Fratelli d’Italia è stata una dei primi politici di primo piano a parlare in Italia della questione del franco CFA.
Nelle ultime settimane quindi i tre rappresentanti politici hanno sventolato in televisione la banconota colorata (in realtà dei facsimile) accusandola di essere la vera causa dell’immigrazione dall’Africa in Italia. Al di là del fatto che la questione del franco CFA sia attuale e problematica per molti paesi africani, i numeri sembrano comunque smentire queste dichiarazioni. Dai dati ufficiali del ministero dell’Interno aggiornati a dicembre 2018 non si evince la stretta correlazione tra il numero di migranti che partono da nazioni che usano il CFA e il numero di quelli che sbarcano in Italia. La prima nazione che adotta il franco CFA è la Costa d’Avorio (1.064 persone su 23.370), che è però solo ottava nella lista dei paesi di origine da cui provengono più migranti. Per non parlare della lista dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo, dove non figura nessuna ex colonia francese. Infine, in tutto il 2018 le persone arrivate in Italia da paesi che adottano questa moneta sono state meno di duemila.

lista paesi provenienza migranti franco FCA

Secondo il Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno i migranti in Italia che provengono da paesi africani che adottano il franco CFA – Costa d’Avorio e Mali – sarebbero meno di duemila.

Cosa è e come funziona il franco CFA

Il franco CFA, della Communauté financière africaine (‘Comunità finanziaria africana’) esiste dal 1945. La sigla si riferiva inizialmente alla moneta delle colonie francesi d’Africa ed era il nome non di una valuta ma di due, la cui convertibilità esterna era garantita dal Tesoro francese. Oggi è usata da otto paesi dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, tutti riuniti nell’Unione economica e monetaria ovest-africana, Uemoa) e sei dell’Africa centrale (Camerun, Repubblica centrafricana, Congo, Gabon, Guinea equatoriale, Ciad, riuniti nella Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale, Cemac), quasi tutti francofoni e quasi tutti ex colonie francesi (con l’eccezione della Guinea equatoriale, ex colonia spagnola, e della Guinea Bissau, ex colonia portoghese). Il primo gruppo ha come istituto di emissione la Banque des États de l’Afrique centrale (BEAC), il secondo la Banque centrale des États de l’Afrique de l’Ouest (BCEAO).

paesi franco CFA

I paesi membri dell’Unione dell’Africa occidentale, in verde (Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo), e in rosso quelli dell’Unione dell’Africa centrale (Camerun, Repubblica dell’Africa Centrale, Chad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon)

In principio il franco CFA aveva  parità con il franco francese; oggi è gestito dalla Banca centrale francese (e non dalla Banca centrale europea) e ha un cambio fisso stabilito con l’euro (un euro è pari a 655,957 franchi CFA). Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono, un tipo di cambio fissato alla divisa europea; piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese; un fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA.

Chi sostiene il CFA

Il franco CFA  conta numerosi e influenti sostenitori soprattutto tra gli economisti francesi e gli esponenti dei governi e delle classi dirigenti dei paesi che lo adottano. Il loro principale argomento a favore della moneta è che, essendo vincolata all’euro, è stabile. Quindi garantisce prezzi costanti, evita scossoni monetari, tra cui le temute impennate dell’inflazione, e permette scambi più semplici e sicuri con la Francia e il resto dell’Unione Europea. Per dimostrare la bontà del sistema viene spesso fatto l’esempio della Guinea, che abbandonò l’unione monetaria per poi farvi rapidamente ritorno a causa dell’inflazione e dell’instabilità che l’avevano colpita.

Chi lo critica

Il “partito” dei detrattori del CFA è forse più numeroso e trasversale. Viene infatti criticato da intellettuali africani ed europei ed esponenti di partiti e movimenti anticolonialisti perché rappresenterebbe un freno allo sviluppo di quei paesi e sarebbe uno strumento di controllo indiretto da parte della Francia. Se, infatti, il cambio fisso permette alle classi agiate africane di spendere con facilità il loro denaro importando beni di lusso europei, questo sistema permette anche alle multinazionali francesi di investire nei paesi africani mettendosi al riparto da improvvise ondate di svalutazione.

A farne le spese sarebbero soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa: il cambio fisso rende troppo costose le loro merci (e invece facilita gli agricoltori francesi ed europei, tutelandoli dalla concorrenza dei produttori africani). Il fatto che i paesi membri dell’unione monetaria debbano tenere le loro riserve di valuta estera depositate sui conti della Banca centrale francese – grave problema secondo Di Maio e Di Battista – sarebbe in realtà una questione relativamente secondaria. È vero che la Banca centrale francese restituisce in interessi ai paesi africani meno di quanto guadagna investendo il denaro depositato sui suoi conti, ma si tratta in ogni caso di cifre piuttosto contenute. In tutto, i depositi ammontano a circa 7mila miliardi di franchi CFA, cioè poco più di diecimiliardi di euro che fruttano abbastanza denaro da pagare lo 0,5 per cento degli interessi sul debito pubblico francese.

Alla fine del 2017, durante un viaggio in Africa occidentale, il presidente francese Emmanuel Macron aveva annunciato la volontà di riformare il franco CFA secondo le indicazioni degli stati che lo adottano. Sarebbe stato anche favorevole alla sua soppressione, se fosse stata  richiesta. Ma da allora nessun paese membro dell’unione ha fatto richiesta per uscirne.

Alle critiche “storiche” contro il franco CFA come strumento della politica “neocoloniale” della Francia si sono quindi aggiunte di recente, in particolare in Italia, quelle provenienti da ambienti politici di destra, da complottisti, “sovranisti” e “no euro” che, semplificando, tendono a legare il problema dell’immigrazione al franco CFA: la presenza di un’unione monetaria causerebbe i problemi economici degli stati africani nello stesso modo in cui l’euro causa problemi ai paesi dell’Europa meridionale. A sua volta, essendo causa di sottosviluppo, la moneta unica africana sarebbe la principale causa dell’emigrazione.